Rincorro alchimie a prezzo buono, di faticate a piedi o in rampichino.
Scegliere solo le strade di polvere e sassi, dove l’asfalto non ha vinto ancora, ma ancora per quanto? E quanto da tirare fuori ancora.
E macinare il tempo dietro ai fusti alti del mais, giungla di camandoli e gente cattiva, che ti porta via se è sera.
Le corse tra le fila ordinate, i graffi sulle braccia sbucciate dai voli in bici. Pannocchie acerbe di latte, e per gioco bruciarle sui fuochi accesi, braci roventi.
Lampare del piano padano, nelle mezzanotte di agosto.
Poi Diego mi chiedeva di rallentare, che tanto non vincevamo mai, e che gusto c’era d’altronde. Mi diceva di cantare Autogrill, che sembrava che la birra avesse un altro gusto, e la sera più sera. L’ora blu di quando il giorno finisce, e resta una striscia di chiaro addosso a terre lontane, tra i campi e il cielo di chissà chi, e chissà dove.
Una volta, fermi in un sappello, i soliti sappelli di chiloom e cartine e fumo scadente e poco.
Rimanevo a guardare affascinato i rituali, ma ci ho sempre girato attorno.
Claudio bumò, tossì forte che grattava, e in un dialetto trionfale e definitivo esclamò:
<<an de l’an dei nostch quaranta, fom al des de agost, toi che a bumà ansèma! Gnà santch, e gnà madone!>>
Lo vedo col Ciao nero e rosso, la maglia dei Misfits, i capelli lunghi e fini ("sembri Cliff Burton!").
Sorride sempre, ogni volta.
Ogni volta che siamo ancora ragazzi.


