Dj, 'nghiullàatt, metti su il fanchi, dai per favore.

chiu pilu pi tuttiiii

scritto da mirkusiz lunedì, 27 settembre 2004

Che c’è?

C’è che rincuora ritrovare le proprie unghie sane e salve piantate a fondo nella schiena della gente. Quella stessa gente che ci portiamo dentro e che non è solo gente, è la nostra gente, la mia gente.

C’è che uno, certo, quando cade guarda in basso, ma <<fin qui tutto bene, fin qui tutto bene>>, poi si volta e vede che c’è (ebbene c’è!) dove attaccarsi, questo sì!

Che basta allungare una mano, o cogliere la mano tesa di un altro, di tanti altri.

Mani che sfiorano pelle di braccia e resta la sensazione sotto le dita per giorni, e giorni e non basta ancora.

Che la fantasia allo stato brado scalcia e non la si governa, ma con le redini molli in mano per me può galoppare quanto vuole, dove vuole. Io sono pronto.

E scoprire germogli dalle parole che lascio in giro, incontinente di pensieri, e annaffiarle piano per vedere se crescono. E anche no. Ma crescono e non se ne può fare a meno poi. La cura, capisci Ele? Prendersi cura, tu lo so che lo sai bene, che nella tua mano hai stretto milioni di volte quella di chi chiedeva con rabbia calci pugni e bestemmie che tu ti prendessi cura della piantina che è lui. E lo sai e lo fai e so che lo fai che avrei solo da imparare. Io.

E un fratello seduto al tavolo della mia cucina, tovagliolo a bavaglia che per me è calore e casa nostra. E scherza pure e prendimi in giro, dammi il tuo piatto da lavare. Nel tuo ci metto amore, ma lo dico col cuore, riempio di senso la meccanica del gesto ripetuto. Per te lo faccio, è come se fossimo a casa mia, fratello. Rimani lì, è solo un piacere.

E scivolo col grembiule tra i parruccati dell’aperitivo. E una mano sulla spalla e mi giro e Robi mi dice <<oh guarda che c’è Massi>>. Che io capisco cosa stai dicendo ma dentro mi dico non puoi star qui a dirmi quello che mi stai dicendo, e non riesco a parlare e alzo lo sguardo e lo ri-vedo negli occhi, che ride come ha sempre fatto.

E sento caldo e mi scoppiano le lacrime e gli salto addosso e lo abbraccio che sono cinque anni che non ho potuto farlo e avrei voluto e anche tu ma Santa Cruz e via, è lontana, e di soldi sai non ne girano e te se vieni ti mettono dentro che sei italiano di Spagna ma qui ti arrestano davvero che per qualcuno tu il militare lo devi fare comunque…perché ora Massi? perché il silenzio Massi? Perché ora Massi? Non ne escono di parole e ti abbraccio fortissimo e ti tiro su e ti abbraccio ancora. Domani parti di nuovo? È ok, vai (“before his first step, he’s off again” Off he goes – Pearl Jam), vai! Che tanto noi si finisce per riabbracciarci ancora presto, ma davvero. Vai Massi. Vai amico.

 

La gente del mio Barrio.

Ci si sistema alla buona, si sta ognuno dove si preferisce, ma ci si sta.

Che imparo a dirmi più spesso che quando cado, se cado, avrò schiene dove piantare le unghie e farmi tirare su.

Gente del mio barrio.

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scritto da mirkusiz sabato, 25 settembre 2004

più diventa tutto assurdo, più credi che sia vero........

...che si può star bene anche se il cielo è tanto nuvoloso e fa un freddo cane, se in tasca non si hanno i soldi che servirebbero per la settimana che entra, se la strada non è quella che bisognava fare, se non è proprio presto e si è già finito di mettere i dischi, e se ci resta a tutti un po' di magone sul cuscino, prima di dormire...

grazie S, grazie NI', grazie Monte

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scritto da mirkusiz giovedì, 23 settembre 2004

 

*Raccontami il tuo giorno, dimmi di te. Dimmi cos’hai avuto, dimmi cosa ti hanno portato via. Accenditi una sigaretta, ma fallo al buio. Soffia il fumo lontano, mi da fastidio, ma amo guardare la brace bucare di rosso la notte. Metti un disco di vinile, va bene se è bossa o se è qualcosa che ti va di cantare. E se ti va canta, ti ascolto. Fallo piano, però, e sussurrami le parole come lo faresti a nostro figlio. In un orecchio, leggera come il filo con cui gli legheresti il cuore per tenerlo a bada, e non lasciarlo andare via troppo presto. Soffia nella tazza di earl grey che fuma ancora, e sorseggia piano, scotta ancora. Stai pure alla finestra e guarda un po’ fuori. Non importa, no. Nessuno vede che non hai i vestiti, e se vede sarà solo fortuna sua. Tu semmai sorridi, che sei disarmante quando lo fai. Sorridimi.

E adesso accarezzami la testa, piano. Addormentami i pensieri. E facciamo pace coi miei demoni, e ringraziamo il dio che ci dona il sonno ed il riposo. Poi sdraiati con me, e se ti va stringi forte i tuoi seni contro la mia schiena. Lascia parlare infine solo la nostra pelle.

*ammaestratrice di iene.

 

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scritto da mirkusiz giovedì, 16 settembre 2004

Che sembrava potesse parlare.

E sembrava si potesse correre per chilometri di campi mietuti, di fieno in balle grosse e rotonde. E prima i fossi e poi il fiume gonfio e grigio.

E sembrava di poterlo sentire parlare. E dire di gente, di bestie, e dire di cani. Dire vita e di vento. Pomeriggi alla finestra a guardare di fuori, e le notti cariche dei suoi rumori.

E sembrava che ad allungare la mano avrei potuto indovinare il suo spessore, e la sua immensa identità.

 

Che sembrava potesse parlare oggi, questo magnifico cielo di autunno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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scritto da mirkusiz martedì, 14 settembre 2004

Come l'alba stamattina, stanca e svogliata, con le unghie piantate nella schiena della notte, non la lasciava andar via. Resistere. E stravaccato sul giorno ho guardato il cielo farsi grigio e pesante, che poi pioveva già. La fronte incollata alle grandi vetrate, il primo tè della stagione che arriva. E' già qui. Sistemerò in una scatola le briciole dell'estate che ho vissuto, che non butto mai via niente. E mai niente ritrovo al suo posto, quando mi occorre, se mi occorre.

Mi lascio scorrere via, ho l'autunno sullo stomaco.

On air: Lanegan Mark - Field songs

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scritto da mirkusiz sabato, 11 settembre 2004

E' stagione di tempeste. Passano, e lasciano immagini come di brace di sigaretta.

Brilla sola contro la notte che entra dalla finestra spalancata di camera mia, tu che la stringi e parli, al buio. Copri il rumore sordo del niente che allaga il nulla che c’è intorno, e scandisci le parole a mettere in ordine i pensieri. E i sentimenti che mi chiedi se ho avuto.

 

Ho avuto, ora non ne so più nulla. Ma ricordo che ho avuto.

 

Voglio ancora della tua pelle bianca, e del sapore della tua bocca che sa di me e del mio corpo.

Voglio ancora che per un attimo, un attimo solo, domani tardi un po’ ad arrivare.

 

On air: Dakota suite - morning lake forever

 

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scritto da mirkusiz mercoledì, 08 settembre 2004

(otto settembre, una storia partigiana. Che oggi è proprio oggi che comincia la nostra storia di gente liberata)

 

ANNATA INDIMENTICABILE

 

 

L’imbrunire di nebbia e rosso fuoco dietro le colline di Barolo mi ubriacava di un ricordo fatto di vendemmia e mosto, uve di Barbaresco cariche di sapori e speranze. Ragazzo, quanto è lontana la stagione della raccolta, degli studi pagati così, con una fatica leggera ed ebbra di volontà? Quanto distano quei giorni così diversi da questo autunno, un altro ancora, maledetto di guerra e resistenza, resistenza sempre e comunque?

          

Fermi da giorni ormai, Alba era vicina e irraggiungibile, e un’aria di tensione e immobilità segnava il tempo che scorreva sornione, preludio di qualcosa di grande che sarebbe venuto, che doveva venire per forza.

Tutti stufi ormai, scrutavamo il fumo dei paesi intorno, i rumori sordi, ogni volta chiedendoci << E’ ora? Sarà ora?>>, ma l’ora sembrava non arrivare mai.

Fu invece. Alle prime ore della sera, calde nonostante l’autunno avanzato.

Poche volte avevo avuto occasione di incrociarne lo sguardo, per caso più che pudore, ed ogni volta il freddo dei suoi occhi chiarissimi mi aveva gelato il sangue, dalle vene al cuore. La Bionda, nome definitivo ed assoluto, come il colore ovvio dei sui capelli, non era l’unica donna del gruppo. Compagne che da subito si erano unite a noi, con orgoglio grande come la rabbia dentro, ognuna con un personalissimo motivo per Resistere.

Ma la Bionda non era una donna qualsiasi, la Bionda era la donna di Tito.

Capo indiscusso, per indiscussa determinazione e propensione al comando, Tito ci aveva condotto lungo tutti quei giorni di fame e pallottole, sempre con la ferma convinzione dentro di avere la mossa giusta da sbattere in faccia ad ogni fascista, ad ognuno la sua, senza remore. Tito era un comunista. Di quelli pieni dell’idea, unica possibile. E sapere le sue colline violentate da camice di colore triste e nero gli infuocava gli occhi, ed era rosso, ancora più rosso il solo mondo per lui concepibile.

La Bionda stava con lui da sempre, per quel che mi riguarda, e normale per tutti era saperli insieme. Non ero tipo da fare domande, per il semplice motivo che di domande non me ne ponevo mai. Per me questa assurdità che da tempo ormai era le nostre vite non poteva essere compresa, concepita, e pertanto non esisteva semplicemente nulla da chiedere. Tutto accadeva comunque, nonostante la voglia di capirci qualcosa in più. E per me loro, come altri, stavano insieme e ci stavano quasi per antonomasia, come ci fossero nati insieme. Punto. Tutto accadeva comunque.

Ma fu prima di sera, quel giorno, che la segui con gli occhi, tra i filari preziosi eppur spogli ancora una volta, un altro anno, guerra puttana.

Scendeva al fiume, e senza pensarci mi alzai e le fui dietro. Esitai, tremando, quando la vidi nuda e bianca come il mio desiderio, puro e perciò indiscutibile, protesa ad entrare nell’acqua. Restai fermo a guardarla, incapace di muovermi, nascondermi magari.

Forse fu il mio respiro, o la mia immagine che si rifletteva davanti ai suoi occhi, sulle acque calme del fiume. Fu un attimo, e si voltò.

Si voltò sicura, leggera come le certezze, e bellissima, di seni piccoli e pelle splendida.

<< Che ti serve? –disse severa- Hai perso le parole?>>

<<Nulla, non mi serve nulla. Ma mi fa tremendamente bene guardarti>>

<<Bello… Cos’è, mi hai presa per una medicina?…E’ veleno che guardi, lo sai? Ed il veleno può uccidere. D’improvviso, di paralisi. Il veleno può uccidere>>

<<Non con l’antidoto in tasca, non con l’antidoto nelle vene. E di veleni ne ho visti ed ingoiati a litri in questi maledetti ultimi anni, e sono stanco, troppo stanco per avere paura di morire così>>

Solo il tempo di dire queste poche parole, e sentii, ancor prima di vederle, le sue labbra calde sfiorare le mie, il suo corpo premere sui miei vestiti sporchi. Solo il tempo di capire, ed i miei fianchi spingevano forte tra le sue gambe, strette a me da fermarmi il sangue. Solo il tempo di capire, e già scrutavamo il cielo in silenzio, nudi uno in fianco all’altra, ancora ansimanti.

 

 

<<Bionda, sei la donna di Tito, ed io credo che sarò morto presto>>

<<Alessia, chiamami Alessia, è solo quello che sono. E sono stufa di essere sempre in funzione di qualcuno, seppur grande, seppur importante. Non mettiamoci a discutere adesso, non devi temere nulla. Amo Tito, e non tremo nel dirtelo ora. Amo Tito, ma mi sento forte abbastanza per urlare con orgoglio un nome tutto mio. Non hai avuto la donna del capo stasera, hai avuto tra le tue braccia Alessia Conti, e questo ti serva per toglierti ogni grillo o preoccupazione di dosso.

Ho bisogno di stare così. Sto morendo di bruttezza, questa guerra ci sta imbruttendo e rendendo schiavi di tutto questo squallore. Ed io ho bisogno ancora di sentire l’acqua fresca lambirmi la pelle, lavarmi di dosso questo sudiciume. Ed ho bisogno di sentirmi ancora Alessia, amata perché bella e basta, perché Alessia e basta. Non pensiamoci più, e tacciamo ora. Che un giorno tutto questo sarà solo una sensazione vaga, un gusto indefinito sulla lingua, con la testa a chiedersi se c’è stato davvero. Prendimi ancora.>>

 

Le luci dei paesi intorno sporcavano l’aria, come i fumi dei camini magri della guerra, a riscaldare minestre povere ed un poco tristi. Il buio era ormai assoluto, i rumori dei boschi vicino l’unica voce possibile in quella sera di fine autunno. Quando da secoli le vigne si spogliano, pregne di voluttà, primo di una moltitudine di gesti eterni di rara alchimia, che quest’altra annata sarà un’annata indimenticabile…

 

 

 

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scritto da mirkusiz mercoledì, 08 settembre 2004

sono state giornate furibonde senza atti d'amore, senza calma di vento, solo passaggi e passaggi,
passaggi di tempo.
ore infinite come costellazioni e onde, spietate come gli occhi della memoria,
altra memoria e non basta ancora


De Andrè Fabrizio - anime salve





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scritto da mirkusiz martedì, 07 settembre 2004

Ho raccolto i pensieri come le ultime cose sparse per la casa di Merce. Rimane la stessa impressione di aver cacciato tutto dentro così. Vestiti, impressioni e sentimenti. Magnifico disordine.

Sono infermo. Non riesco a staccare le parole dalle immagini che mi affollano la testa. La sento pesante e vorrei solo appoggiarmi e rilassarmi un po'. Non si può. Un vortice che gira lento e sento che tira giù. Sono sicuro che passa, trovo la voglia e vi regalo le mie impressioni su quella meravigliosa città. Ma oggi non riesco. Busso busso, ma sento che dentro suona sordo un rumore di niente. Un po' mi spaventa.

On air: De Andrè Fabrizio - Creuza de mà

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scritto da mirkusiz lunedì, 06 settembre 2004
MONDO ECCOMI, e ciao ciao Barcellona. Si ricomincia già domani.
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